Per la prima volta, il nostro passato non scompare. Resta visibile, fotografato, condiviso. E ci accompagna mentre diventiamo altro.
Madonna ha sessantasette anni e torna con un nuovo album.
La notizia potrebbe finire qui. Un’artista pubblica un nuovo lavoro, torna a esibirsi e continua a fare ciò che ha sempre fatto: cambiare, provocare, dividere.
Eppure, ogni volta che Madonna appare, il dibattito sembra concentrarsi soprattutto sulla sua età.
Il viso. Il corpo. I vestiti. Quello che dovrebbe o non dovrebbe mostrare. Il modo in cui una donna di sessantasette anni dovrebbe comportarsi.
Come se il problema non fosse ciò che fa oggi, ma quanto si è allontanata dall’immagine che conserviamo di lei.
La Madonna del 1984. Quella degli anni Novanta. Quella di Ray of Light. Quella di Confessions on a Dance Floor.
Tutte continuano a esistere contemporaneamente.
Un recente articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore pone una questione interessante: Madonna è una delle prime grandi celebrità costrette a invecchiare davanti a un archivio digitale permanente della propria giovinezza.
Ma, in una misura diversa, questa condizione riguarda ormai tutti noi.
Le nostre età non si succedono più
Un tempo le fotografie erano raccolte in album che si aprivano ogni tanto.
Il passato restava nella memoria, nei racconti, in qualche immagine conservata in un cassetto. Per ritrovare la persona che eravamo venti o trent’anni prima, dovevamo andare a cercarla.
Oggi quella persona è sempre davanti a noi.
Facebook ci ripropone una fotografia di dieci anni fa. Google conserva immagini, articoli e tracce della nostra vita. Instagram mette uno accanto all’altro momenti lontanissimi nel tempo.
Il passato non resta più alle nostre spalle. Convive con il presente.
Così, quasi senza accorgercene, iniziamo a confrontare ciò che siamo oggi non soltanto con le persone della nostra età, ma con le versioni precedenti di noi stessi.
Il viso di oggi con quello di ieri.
Il corpo di oggi con quello che avevamo a quarant’anni.
L’energia che sentiamo adesso con quella che ricordiamo di avere avuto.
È un confronto continuo e, spesso, ingiusto.
Perché crescere non significa restare fedeli alla nostra immagine più giovane.
Significa diventare altro.
Non siamo una versione sbiadita di ciò che eravamo
La cultura contemporanea ci invita a conservare tutto: fotografie, esperienze, corpi, risultati, identità.
Ci chiede di cambiare, ma possibilmente senza mostrare i segni del cambiamento.
Soprattutto alle donne.
Possiamo continuare a lavorare, progettare, viaggiare, desiderare e costruire. Ma dovremmo farlo senza disturbare troppo l’immaginario collettivo. Senza sembrare “troppo giovani” e senza apparire “troppo vecchie”. Senza eccedere. Senza uscire dal ruolo che la nostra età dovrebbe assegnarci.
È una misura impossibile.
Forse il punto non è stabilire se Madonna stia invecchiando bene o male.
Il punto è chiederci perché ci aspettiamo che una donna, per essere accettata mentre invecchia, debba diventare più discreta, più rassicurante, meno visibile.
E perché continuiamo a giudicare il suo presente attraverso ciò che è stata.
Il diritto di non assomigliarci più
A un certo punto della vita cambiano le priorità.
Cambiano le relazioni che scegliamo, i luoghi nei quali desideriamo stare, il modo in cui utilizziamo il nostro tempo.
Cambia anche ciò che non siamo più disposti ad accettare.
Non sempre ci riconosciamo nella nostra età anagrafica. Ma non perché vogliamo tornare indietro.
Semplicemente, non ci riconosciamo nell’idea di vita che quella cifra dovrebbe imporci.
Possiamo avere sessanta o settant’anni e sentirci ancora pienamente in movimento. Possiamo iniziare un progetto, conoscere persone nuove, cambiare lavoro, partire, ricostruire una quotidianità diversa.
Possiamo anche decidere di non assomigliare più alla persona che siamo state.
Non è incoerenza.
È evoluzione.
Una nuova stagione, non la replica della precedente
Forse dovremmo iniziare a guardare questa fase della vita non come un tentativo di conservare la giovinezza, ma come una stagione con un’identità propria.
Non un “dopo”.
Non una versione ridotta della vita precedente.
Un next chapter.
Con più consapevolezza, maggiore libertà di scelta e meno disponibilità verso ciò che non ci rappresenta più.
Madonna continuerà probabilmente a provocare, cambiare immagine e dividere il pubblico. È ciò che ha sempre fatto.
Ma la domanda che lascia aperta riguarda tutti noi:
quanto spazio siamo disposti a concedere alla persona che stiamo diventando, senza costringerla ad assomigliare continuamente a quella che eravamo?
Le nostre immagini passate resteranno.
Noi, fortunatamente, continueremo a cambiare.



