Le traiettorie adulte stanno cambiando.
Uomini e donne cercano le relazioni nello stesso modo?
La risposta più corretta sarebbe: dipende dalle persone.
La risposta più interessante è: non sempre.
Le ricerche ci dicono che uomini e donne attribuiscono alle amicizie profonde valori molto simili: fiducia, rispetto, presenza, reciprocità.
Eppure, quando si osserva come quelle relazioni nascono, vengono mantenute o si interrompono, alcune differenze emergono.
Molte donne parlano delle proprie relazioni. Le coltivano, le tengono in vita, organizzano occasioni per incontrarsi. Spesso sono anche le prime a riconoscere quando qualcosa manca.
Molti uomini costruiscono i propri legami mentre fanno altro: lavorano, praticano uno sport, viaggiano, condividono un progetto. L’amicizia nasce lateralmente, senza essere dichiarata come obiettivo.
Finché esistono il lavoro, la coppia, le abitudini e i contesti di sempre, questa differenza può restare quasi invisibile.
Poi la vita cambia.
E ciò che prima accadeva naturalmente non accade più.
È allora che una domanda apparentemente semplice diventa molto meno banale:
se uomini e donne hanno lo stesso bisogno degli altri, perché non partecipano allo stesso modo quando si presenta l’occasione di costruire nuove relazioni?
La fragilità nascosta delle reti adulte
Da qualche tempo si parla di una “recessione delle amicizie maschili”.
Negli Stati Uniti è diminuita la percentuale di uomini che dichiarano di avere diversi amici stretti ed è aumentata quella di chi afferma di non averne nessuno. Nel Regno Unito, un’indagine citata dal Guardian ha rilevato che il 22% degli uomini dai 55 anni in su non vede mai i propri amici.
Questo non descrive necessariamente uomini privi di contatti.
Si possono avere colleghi, conoscenti e interlocutori professionali senza disporre di relazioni capaci di sopravvivere al contesto nel quale sono nate.
Quando il lavoro cambia, termina un’attività condivisa o si modifica l’equilibrio della coppia, alcuni legami perdono la struttura che li teneva insieme.
Per molte donne la relazione tende ad acquisire una continuità propria: può proseguire oltre l’ambiente professionale, la palestra, la scuola dei figli o la vita di coppia.
Per molti uomini resta invece più strettamente connessa all’attività condivisa. Se termina l’attività, rischia di interrompersi anche il rapporto.
Non è una differenza di sensibilità.
È una diversa architettura relazionale.
La regia invisibile della socialità
Nelle coppie, una parte significativa della vita sociale viene ancora organizzata dalle donne.
Sono spesso loro a proporre una cena, mantenere un contatto e trasformare una conoscenza occasionale in una frequentazione. Una regia discreta, raramente riconosciuta come tale.
Finché la coppia rimane il centro della socialità, può sembrare che entrambi dispongano della stessa rete. In realtà, uno dei due può partecipare a relazioni che non ha contribuito direttamente a costruire e che, al mutare degli equilibri, potrebbe non riuscire a mantenere con la stessa continuità.
Molte donne conoscono bene questa dinamica.
Osservano uomini curiosi, brillanti, capaci di conversazioni profonde, che partecipano volentieri a un incontro già organizzato ma difficilmente prenderebbero l’iniziativa di crearne uno nuovo.
Questo non rende le donne migliori nelle relazioni.
Anche le reti femminili possono chiudersi, diventare ripetitive o sopravvivere più per consuetudine che per reale affinità.
La questione non è stabilire chi sappia socializzare meglio.
È comprendere perché, davanti alla possibilità di entrare in un contesto nuovo, le modalità di partecipazione possano essere differenti.
La selettività socioemotiva
Con il passare del tempo le reti sociali tendono a restringersi, ma non sempre questo processo rappresenta una perdita.
La ricerca parla di “selettività socioemotiva”: quando cambia la percezione del futuro, le persone investono meno nelle relazioni periferiche e attribuiscono maggiore valore a quelle considerate significative.
Non vogliamo necessariamente conoscere più persone.
Vogliamo incontrare persone con le quali valga la pena condividere il nostro tempo.
Questa maggiore selettività, tuttavia, rende più complesso entrare in un ambiente sconosciuto. Diventa difficile accettare conversazioni prive di interesse, gruppi costruiti casualmente o situazioni nelle quali l’unico elemento comune è l’età anagrafica.
Avere 55, 60 o 70 anni non costituisce di per sé un’affinità.
Contano la curiosità, i valori, la sensibilità, le esperienze maturate e il modo in cui ciascuno immagina il proprio futuro.
Anche il percorso culturale e professionale contribuisce a definire ciò che cerchiamo negli altri.
Non perché un titolo di studio garantisca una maggiore qualità umana. Istruzione, lavoro, viaggi e ambienti frequentati modificano il linguaggio con il quale interpretiamo il mondo, gli interessi che coltiviamo e la profondità dello scambio che desideriamo.
Con il tempo non cerchiamo necessariamente persone identiche a noi.
Ma diventiamo meno disponibili a restare in contesti nei quali non ci riconosciamo.
Le traiettorie adulte stanno cambiando
La società sta modificando profondamente il modo di diventare adulti, vivere le relazioni e invecchiare.
Le traiettorie non sono più lineari. Le coppie si formano, si trasformano o finiscono. Le famiglie assumono configurazioni differenti. Aumentano le persone che vivono sole, per scelta, per circostanza o durante periodi sempre più lunghi della propria esistenza.
Quel “solo”, un tempo considerato quasi un’eccezione, riguarda oggi una parte crescente della società.
Ma vivere soli non equivale a voler vivere senza relazioni.
Significa che la socialità non può continuare a essere immaginata esclusivamente intorno alla coppia, alla famiglia o al lavoro.
Orientamenti, storie personali e configurazioni affettive differenti rendono definitivamente superata l’idea di un unico modello adulto al quale tutte le vite dovrebbero conformarsi.
Non basta moltiplicare le occasioni
Una cena fra sconosciuti non genera automaticamente una relazione. Un viaggio può offrire una destinazione straordinaria e lasciare intatta la distanza fra chi partecipa. Un luogo affollato può restituire una profonda sensazione di estraneità.
La quantità delle occasioni non determina la qualità dell’esperienza.
Nemmeno riunire persone della stessa fascia d’età produce necessariamente un contesto nel quale possano riconoscersi.
C’è chi entra in relazione attraverso la conversazione. Chi parte da un interesse, un progetto, un’esperienza culturale o qualcosa da fare insieme. In alcuni casi la relazione nasce solo in seguito, come conseguenza di un’esperienza condivisa.
Se molte persone — e in particolare molti uomini — partecipano meno alle iniziative esplicitamente dedicate alla socialità, non serve chiedere loro di adottare modalità che non sentono proprie.
Occorre costruire proposte nelle quali il valore sia riconoscibile prima ancora che debba essere dichiarato il bisogno.
Una fase adulta ancora da progettare
La longevità non ha semplicemente aggiunto anni alla vecchiaia.
Ha aperto una fase adulta nuova, che la società non ha ancora imparato a riconoscere e progettare.
A 55 o 60 anni, se la salute e la vita ci accompagnano, possiamo avere davanti altri venti o venticinque anni di buona vita.
Non una coda biografica né un tempo residuo da occupare, ma una stagione altrettanto importante delle precedenti: ancora capace di scelte, trasformazioni e costruzione.
Il punto non è riempire un’agenda.
È dare forma e direzione a un orizzonte che non esisteva per le generazioni che ci hanno preceduto nelle stesse dimensioni e possibilità.
Eppure, mentre le vite si allungano e le traiettorie diventano meno lineari, i modelli di socialità continuano spesso a dipendere dalla coppia, dalla famiglia, dal lavoro o da relazioni costruite molti anni prima.
AVA si colloca dentro questo disallineamento, nato dall’osservazione dei comportamenti e dall’inadeguatezza delle risposte esistenti.
La questione di fondo, però, è più ampia.
Non riguarda soltanto quanto a lungo vivremo.
Riguarda la possibilità di restare autori della nostra vita per tutto il tempo che abbiamo conquistato.
Fonti e approfondimenti



