Le esperienze più significative della nostra vita raramente dipendono soltanto dai luoghi che scegliamo.
Molto più spesso dipendono dalle persone con cui abbiamo la fortuna — o la capacità — di condividerle.
Eppure continuiamo a fare esattamente il contrario.
Dedichiamo tempo a scegliere una destinazione, un ristorante, perfino il tavolo migliore per una cena.
Molto meno a chiederci in quali contesti possano nascere gli incontri che, qualche volta, cambiano davvero una vita.
Poi, quasi senza accorgercene, qualcosa cambia.
Dopo i cinquant’anni il tempo assume un valore diverso.
Non perdiamo il desiderio di conoscere persone nuove.
Diventiamo molto meno disponibili a sprecare il nostro tempo.
Per questo scegliamo con maggiore attenzione dove andare, quali inviti accettare e con chi condividere una serata, un viaggio o semplicemente una conversazione.
Molti interpretano questo cambiamento come una minore voglia di stare con gli altri.
Forse è vero il contrario.
Forse non abbiamo perso interesse per le persone.
Abbiamo perso interesse per i contesti che non ci restituiscono valore.
È una riflessione che trova un sorprendente punto di contatto con una delle più autorevoli ricerche mai realizzate sul benessere umano.
Nel 1938 l’Università di Harvard diede avvio all’Harvard Study of Adult Development, oggi considerato uno dei più importanti e longevi studi longitudinali sul benessere umano.
La ricerca iniziò seguendo 724 giovani, appartenenti a due gruppi molto diversi: studenti dell’Università di Harvard e ragazzi cresciuti nei quartieri più difficili di Boston. Nel corso dei decenni lo studio si è esteso ai loro coniugi, ai figli e alle generazioni successive, arrivando a coinvolgere oltre 2.000 persone. Dal 2015 è diretto dallo psichiatra Robert Waldinger, che ne ha contribuito alla diffusione internazionale.
L’obiettivo era tanto semplice quanto ambizioso: comprendere che cosa renda davvero buona una vita.
Dopo quasi novant’anni di ricerca, la conclusione è rimasta sorprendentemente costante.
La qualità delle relazioni incide sulla qualità della vita molto più di quanto comunemente immaginiamo.
Tra i risultati più significativi emerge che il livello di soddisfazione nelle relazioni intorno ai cinquant’anni si è rivelato un indicatore della salute negli anni successivi persino più affidabile di alcuni tradizionali parametri clinici.
Harvard ha risposto a una domanda fondamentale.
Ma ne lascia aperta un’altra.
Se la qualità delle relazioni influenza così profondamente il nostro benessere, perché continuiamo ad affidare quasi completamente al caso il modo in cui quelle relazioni nascono?
È qui che si apre una delle grandi sfide della nuova adultità.
Non accumulare nuove occasioni.
Ma scegliere contesti migliori.
Non riempire l’agenda.
Ma dare più valore al tempo che scegliamo di condividere.
Sono domande che molte persone si pongono, anche se raramente le esprimono ad alta voce.
Come si ricostruisce una vita sociale quando la vita cambia?
Esiste ancora un luogo nel quale sentirmi naturalmente a mio agio?
È possibile scegliere contesti che aumentino le probabilità di incontri autentici, senza lasciare tutto al caso?
Forse una risposta unica non esiste.
Possiamo però iniziare a guardare il problema da una prospettiva diversa.
Non possiamo scegliere le persone.
Possiamo scegliere i contesti.
Forse la qualità della nostra vita dipende anche dalla qualità dei contesti nei quali il caso ha la possibilità di fare il suo lavoro.
Perché le esperienze più significative della nostra vita raramente dipendono soltanto dai luoghi che scegliamo.
Molto più spesso dipendono dalle persone con cui abbiamo la fortuna — o la capacità — di condividerle.



